di Paolo Pagliaro
Dall’aratura alla raccolta, dalle serre alle stalle, quasi ogni operazione agricola dipende da un trattore o da una macchina che brucia gasolio. Confagricoltura ha lanciato l’allarme: il gasolio agricolo è intorno a 1euro e 60 centesimi al litro, il livello più alto degli ultimi cinque anni con un rincaro di oltre il 12% nel solo mese di settembre. La logistica e i trasporti trasmettono poi il rincaro dal campo allo scaffale, alimentando l’inflazione, spinta soprattutto dall’energia. La perdita va dai 1100 ai 1300 euro all’anno per una famiglia media. Non tutti però soffrono allo stesso modo: nel terzo trimestre, secondo l’Istat, i prezzi sono cresciuti del 4,4% per le famiglie con bassi livelli di spesa e del 2,9 per quelle che spendono di più. Il caro-energia funziona infatti come una tassa regressiva: chi ha meno perde una quota più alta del proprio reddito.
Per luce, gas, riscaldamento e cibo le famiglie agiate spendono di più in valore assoluto, ma molto meno in proporzione. E poiché non si può smettere di scaldare casa o di cucinare quando i prezzi salgono, chi ha poco deve tagliare altrove. Chi ha risparmi può investire in pannelli solari, una caldaia efficiente o un cappotto termico e ridurre così la bolletta. Chi vive in affitto in una casa poco efficiente, con un reddito appena sufficiente, non ha questa possibilità. Per questo aiuti mirati, come il bonus sociale sulle bollette o trasferimenti legati al reddito, sono più equi di un taglio delle accise per tutti. Agli agricoltori, che pagano già un’accisa ridotta, servirebbe invece invece il credito d’imposta. Decidere chi proteggere, e con quali strumenti, è una scelta politica.





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